Viterbo, da boss di Enziteto a uomo di fede.
I AUTODEFINISCE un uomo “nuovo”. E’ Carmine Piperis, un tempo “boss malavitoso di Enziteto”, oggi invece una persona che ha deciso di “cambiare”, per così rivolgersi a quanti muoiono “ammazzati” o restano, parallelamente, dilaniati sotto i colpi della mala.
La storia di Piperis riguarda indirettamente un cittadino di Manfredonia; un pregiudicato legato anch’egli alle famiglie, morto in seguito a 3 colpi di fucile ricevuti alla schiena, e la cui colpa è stata forse quella di essere cresciuto “troppo vicino” agli ambienti della mala. Ai suoi movimenti. Alle sua stanze. Alle circostanze. Alle dinamiche delittuose. Che non lasciano (proprio) il tempo di sbagliare.
Sono sufficienti infatti malintesi, bastano piccoli segni di ribellione per generare un odio personale, ma anche collettivo, che spesso non conosce davvero confine (la trentennale Faida del Gargano, forse, potrebbe motivarsi anche in questi lemmi).
Il personaggio a cui rivolge Piperis (anche se non lo nomina direttamente) è Andrea Barbarino, il 28enne pregiudicato locale, immobilizzato su una sedia a rotelle, ferito alla schiena (mortalmente) da tre dei quattro colpi di fucile a canne mozze sparati, lo scorso 21 maggio 2009, da un’auto in corsa sulla quale c’erano due sicari. Barbarino era un personaggio ritenuto “vicino” al clan mafioso Libergolis, considerato, dalla procura antimafia di Bari, un personaggio ‘minore’ tra quelli affiliati ai clan coinvolti nella sanguinosa faida del Gargano.
Il pregiudicato ucciso era costretto su una sedie a rotelle per le ferite riportate in un agguato subito nel 2003, assolto in precedenza al termine del maxi processo scaturito dall’operazione ‘Iscaro-Saburo’ che nel giugno 2004 portò all’arresto di oltre 100 persone.
Il 2 ottobre 2000 Barbarino sfuggì ad un agguato assieme al suo Michele Santoro, poi ucciso nel 2003. All’epoca imperversava la ‘guerra’ tra il clan Libergolis (al quale tutti e due erano ritenuti affiliati) e la famiglia Mangini.
In risposta all’agguato – secondo gli investigatori – furono assassinati due esponenti del clan Mangini: il 29 ottobre 2000 venne ucciso Matteo Ferrandino, mentre Matteo Mangini venne assassinato il 2 settembre 2001 a soli 20 anni.
“Ho appreso dalla lettura della Gazzetta del Mezzogiorno della morte di un ragazzo che ho conosciuto nel carcere di Bari – spiega Piperis – ed è stato con me in stanza. Aveva problemi di deambulazione a motivo di aver ricevuto un agguato. Costui era del Gargano ed è stato ucciso a Manfredonia.
La sua vicenda mi ha talmente sconvolto da provare un profondo dolore. Voglio fare un appello attraverso il giornale a queste persone che continuano ad ammazzarsi come animali portati al macello.
Voglio farlo per quei giovani che vengono trascinati dalla droga, per un guadagno facile e per poi fare altro perché ormai entrano a far parte di quel contesto criminoso.
Pertanto dico a questi ragazzi: ascoltate queste mie parole che provengono dal cuore e soprattutto per esperienza. Lasciate perdere le cattive amicizie e cambiate il vostro modo di vivere”.
L’appello arriva da Piperis, tramite una lettera partita dal carcere di Viterbo (dove l’uomo è attualmente detenuto) e indirizzata alla Gazzetta del Mezzogiorno.
“Ero diventato uno che conta nella malavita organizzata barese una volta in carcere, però, grazie all’aiuto del ministro di culto dei Testimoni di Geova, ho conosciuto la verità di Dio delle sacre scritture”. Con queste parole Carmine Piperis, 49 anni ex capoclan del quartiere Enziteto, condannato a 28 anni di reclusione (8 dei quali già scontati) per associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, estorsione, traffico di droga e di armi, si è lasciato alle spalle il passato ed ha cambiato vita. Un cambiamento radicale il suo come testimonia questa lettera inviata al Gazzetta dal carcere di Viterbo.
“Quando si è giovani – prosegue l’ex boss – ci si sente dei fenomeni”, alla fine però “si finisce ammazzati o in galera, perciò ragazzi ve lo chiedo per amore di Dio, ascoltate le parole di uno che ha vissuto tante, troppe esperienze, godetevi la vostra giovinezza, la vostra libertà e soprattutto non arrecate dolore ai vostri genitori. A voi – spiega Piperis – sembra niente quello che fate provare ai vostri genitori ma vi sbagliate di grosso perché è un male incolmabile”.
“Sappiate – prosegue – che quando si viene condannati ad una lunga pena non solo si viene dimenticati ma per di più si mette a rischio la propria famiglia, in ogni senso. State il più lontano possibile dalla malavita perché sono più le lacrime che i sorrisi. Tanto vi dice chi ha vissuto tutto questo”.
In conclusione della sua missiva Piperis in un certo senso “valorizza” la sua scelta, anche contro chi potrebbe pensare che l’aver “sposato” una fede (invece di una calibro 9) sia sintomo di debolezza.
“Per molti – conclude Carmine Piperis – oggi posso sembrare un debole perché ho capito gli errori di vita del passato, ma credetemi, non è assolutamente così. Io vi dico: adesso si che mi sento un vero uomo libero perché nella mia mente e soprattutto nel mio cuore c’è voglia di legalità, far bene e amare anche chi mi odia. Vivete la vostra vita e godetevi la libertà perché essere liberi è il dono più bello che ognuno può desiderare nella vita.
Non c’è niente che vale più della propria onestà, di vivere liberi e non sentirsi schiavi di nessuno! Dite basta alla malvagità, soprattutto fatelo per il bene dei vostri cari, dei vostri figli, donando, loro un futuro migliore”. Firmato Carmine Piperis un uomo nuovo, un nuovo che ha deciso di ricominciare a vivere.
Tratto da foggiaweb.it
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