L’ARTE “POVERA” E PALPITANTE DI NICK PETRUCCELLI
SAN MARCO IN LAMIS. Nonostante il poco e selezionato pubblico presente, si è rivelato assai interessante e ricco di spunti critici il previsto incontro sulla figura e l’opera artistica di Nick Petruccelli, svoltosi l’altra sera nell’Auditorium del Santuario di San Matteo, a San Marco in Lamis. E questo per via della pioggia, che ha insistito sino alla fine, scoraggiando tantissimi invitati ed appassionati che si erano promessi di venire da ogni dove. Sicuramente lo faranno nei prossimi giorni, anche perché la mostra, allestita nei corridoi del piano superiore delle celle, resterà aperta sino al 29 novembre.
Ad intervenire per primo è stato Matteo Cocco, nella sua duplice veste di moderatore e di presidente del Centro di Documentazione sull’Emigrazione, che si è soffermato a lungo sulla vita di emigrato dell’artista, in particolare sull’esperienza ‘australiana, che ha permesso all’autore di acquisire nuove tecniche espressive, che l’aiuteranno ad estrinsecare al meglio la sua religiosità interiore ed avvicinarlo alla forma mistico - trascendentale, che caratterizzerà tutta la sua produzione artistica futura. Dopo i saluti di P. Gabriele, guardiano del Convento, hanno preso la parola in una applaudita successione dapprima il vice- sindaco del Comune, Pinuccio Villani, che ha posto l’accento sulla necessità di scoprire e valorizzare i talenti locali, perché dal loro contributo si possono ipotizzare e realizzare tantissimi progetti di sviluppo non solo della cultura, ma anche dell’economia della città, e poi P. Mario Villani, che ancora una volta ha dimostrato che il Convento, di cui è componente integrante, non solo è un faro di religiosità e di fede, ma anche di cultura e di arte. Di Petruccelli, scoperto nel 1972, la struttura ormai sa ed ha tutto: opere in chiesa, in biblioteca, nel refettorio, ecc. Tutto questo dimostra che, in sintonia di una radicata tradizione, che la cultura e l’arte sono di casa in un convento francescano. Si aspetta, dal canto suo, che anche le altre istituzioni, specie quelle pubbliche, facciano altrettanto e bene la loro funzione, al fine di impedire che capolavori, come quelli di Petruccelli, vadano bistrattati o irrimediabilmente perduti, a causa dell’oblio degli uomini. Un evento, quest’ultimo, che troppo spesso accade, per via del consumismo che caratterizza il vivere quotidiano dei tempi nostri. A chiudere l’incontro, ci ha pensato Francesca Di Gioia, docente presso l’Accademia delle Belle Arti di Foggia, ed ospite d’onore per l’occasione. A lei è spettato il plauso della indovinata analisi delle opere dell’artista e della sua giusta e meritata collocazione non solo nel panorama artistico regionale, ma anche nazionale ed estero. Tutto il suo ragionamento si è basato sul confronto e sulla dialettica. Partendo da lontano, addirittura dal sommo Michelangelo, ha tirato fuori ad una ad una una serie di azzeccate intuizioni e similitudini, facendosi forza nel sostenere le sue tesi con proiezioni appaiate sullo schermo. La sua relazione – animazione è stata accolta dai presenti con convinti ed ininterrotti applausi, compresi quelli del protagonista che le stava a fianco e del suo mentore per l’occasione. In sala, si sono visti, oltre all’editore del catalogo – monografia, Claudio Grenzi, intitolato appunto “ Nick Petruccelli. Opere 1968-2008”, il fotografo – artista Mimmo Attademo e i curatori dello stesso, Sergio D’Amaro e Gaetano Cristino. Subito dopo il pubblico,salito al piano superiore, ha avuto modo di ammirare la produzione artistica degli ultimi tempi dell’autore, costituita da innumerevoli composizioni su temi vitali passati e recenti della storia umana, espressi con colori acrilici e nitro. Di contro, lo stesso artista riduce l’architettura a un gesto, a un atto di rinuncia, a una dolorosa meditazione interiore. Si tratta delle terme di Diocleziano, trasformate in un “non-finito” oscillante fra l’estrema umiltà e l’infinito orgoglio (p. 309): risultato di quel semplice gesto è la chiesa di Santa Maria degli Angeli, nell’aspetto anteriore ai lavori del Vanvitelli. Nel riprendere tematiche a lui care, Argan sembra voler dare una sistemazione definitiva a riflessioni che hanno accompagnato l’intera sua opera: fra le prime, quelle relative alla dialettica Leonardo-Michelangelo Nell’affrontare i monumenti sepolcrali, Michelangelo rinnova completamente il motivo classicheggiante della tomba umanistica. Non più la glorificazione razionale o patetica degli individui singoli, ma nel dramma e nella grandiosa virtus di essi voleva trovare il simbolo della eterna condizione umana. Aspirazione a chiudere in una forma perfetta ogni dialett L’autore, in definitiva, sembra condizionato da cortocircuiti interpretativi. Che traspaiono anche dalle pagine da lui dedicate alla cappella medicea. “L’architettura - egli scrive (p. 91) - era qualcosa che avveniva e diveniva (cioè si faceva spazio e tempo) e proprio perciò era costituzionalmente non-finita… non-finita era la rastremazione prospettica della grande finestra nelle arcate …non-finito era non solo il modellato delle statue allegoriche, ma il loro darsi come immagini appena apparse e già sul punto di sparire”. Se l’applicazione della categoria del non-finito all’architettura della Sacrestia nuova è almeno opinabile, è l’incalzante ritmo della narrazione - frutto di generosa ansia interpretativa - a rendere indefinite le intuizioni dell’autore. Quel finestrone, in realtà, salda i due registri spaziali acutamente riconosciuti da Argan nella cappella, mentre non può essere sottaciuta la significativa quantità di citazioni nascoste da Michelangelo nell’opera: dai capitelli invertiti, su cui aveva riflettuto il Cronaca, agli ovuli figurati, anch’essi tratti dall’antico, alla raggiera che si diparte dall’acuto della cupola, memore del tempio di Portunno a Porto, secondo il rilievo di Giuliano da Sangallo.
A partire da tale citazionismo, indubbiamente particolare, l’intero rapporto di Michelangelo con le sue fonti potrebbe essere riesaminato. Argan, ad esempio, non utilizza le osservazioni a suo tempo fatte da Metternich sull’analogia che lega la “cappella Julia” bramantesca all’esterno delle absidi petriane del Buonarroti, n‚ la sua analisi del progetto finale per San Giovanni dei Fiorentini comprende riflessioni sull’invenzione peruzzesca del 1518-19 per la medesima chiesa romana (Uffizi, 510 Ar.). Analogamente, c’è qualcosa di tradizionale nella sua considerazione del debito dell’artista nei confronti dell’architettura antica. È infatti significativo che Michelangelo adotti il modello del Colosseo nel “tradire” il progetto di Antonio da Sangallo il Giovane per il cortile di palazzo Farnese, o che - ma tale lettura non collima con quella di Argan - si preoccupi di restituire, con reverenza palese, la solenne cadenza dell’aula centrale delle terme di Diocleziano, riducendo al minimo l’intervento. È tutta da scandagliare l’ipotesi di un Michelangelo che nell’antico veda un analogo dell”idea’: soltanto attraverso la deformazione, attraverso un faticoso lavorio, quest’ultima si fa mondana; ma la sua pienezza è inattingibile. Proseguendo per tale via, i passi in cui Argan evoca il pensiero di Erasmo potrebbero essere ulteriormente sostanziati. Comunque, va considerata appena iniziata un’indagine capace di radicare il Buonarroti nello sperimentalismo delle correnti più spregiudicate del XVI secolo: forse, un simile correttivo all’immagine consueta dell’artista potrebbe dischiudere imprevisti orizzonti storiografici. sosteneva con passione la convinzione che le arti visive dovessero essere considerate un’attività legata a capacità intellettuali e non puramente all’abilità manuale.
Fonte Garganopress.net
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